vernissage | 6 giugno 2010. ore 22

catalogo | in galleria. art1307 - LA Artcore
curatori | Cynthia Penna , Lydia Takeshita

sedi | LA Artcore – Union Center
120 Judge John Aiso Street
90012 Los Angeles, California

Brewery Annex
650 S. Ave. 21
90031 Los Angeles, California


note | Apertura dal 2 giugno ore 13. Il giorno delll'inaugurazione ed il giorno della reception ci saranno collegamenti audio-video con la sede di Napoli dove il pubblico invitato potrà partecipare all'evento.

Con il patrocinio:

MICUCCI
 
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alcune opere esposte:

 

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Un incontro, una correlazione apparentemente azzardata, ma nella realtà tanto reale.
Due città connesse dalla Storia, non da una Storia in comune, ma dalla rispettiva storia individuale passata e presente.
Napoli: un susseguirsi incredibile di dominazioni la forgiano, dopo la caduta dell'Impero romano, come il luogo del possibile: il luogo dove tutto può accadere e tanto di più.
Los Angeles nata come : ” El Pueblo de la Iglesia de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles sobre la Porciuncula de Asís ” da un impianto messicano e indio. I nativi americani ( Tongva e Chumash) a cui si sovrapposero i latino-americani provenienti dal Messico: un'invasione che continua tutt'oggi in una storia infinita di migrazione. E poi una comunità bianca, esito di una colonizzazione nella colonizzazione del Nuovo Continente. Questo è alla base dello scambio di visita di artisti italiani a Los Angeles e di artisti Angelini a Napoli. L'idea di far incontrare due mondi, due culture due modi di vivere e vedere l‘effetto e comprendere se, dopo tutto, vi siano differenze o meno.
«Latitude 34/40» mette a confronto sette artisti italiani e cinque americani in un affascinante percorso espositivo, che sottopone il pubblico a slanci emotivi e pause di riflessione, fughe nell'immaginario e perentori richiami al reale. Artisti figurativi, informali, concettuali e minimali sono accomunati da quella che John Dewey chiamava “the common substance of the arts”, cioè la sensibilità al proprio mezzo espressivo, in cui l'artista proietta, empaticamente, i propri sentimenti e le proprie emozioni.

 

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Los Angeles incontra Napoli : due mondi, due culture, la stessa anima.

Un incontro, una correlazione apparentemente azzardata, ma nella realtà tanto reale.

Due città connesse dalla Storia, non da una Storia in comune, ma dalla rispettiva storia individuale passata e presente.

Il “melting pot”: questo groviglio, questa miscellanea di culture, di razze, di esperienze che contraddistinguono la vita stessa delle due città, sia dal punto di vista storico, che da quello attuale di quotidianità del vivere.

Napoli nasce come “ Parthenope ” all'epoca della sua fondazione da parte dei Greci come una delle più fiorenti colonie della Magna Grecia, ancora e molto prima della creazione di Roma e del suo Impero. Dallo spirito greco eredita il senso del fato, o piuttosto quel fatalismo e quell'atteggiamento misto tra dolore tragico, accettazione della vita e della morte come una fatalità irrimediabile e irreversibile. Con esso plasma il suo spirito a quella sorta di accondiscendenza, di assuefazione e di resa al destino che tanta parte avrà nei secoli avvenire nella storia del suo sviluppo.

Un susseguirsi incredibile di dominazioni la forgiano, dopo la caduta dell'Impero romano, come il luogo del possibile: il luogo dove tutto può accadere e tanto di più.

Angioini, Svevi, Aragonesi, Normanni, Turchi, Spagnoli, Austriaci, Francesi fino ai Tedeschi dell'occupazione nazista. E che dire dei Piemontesi scesi al Sud in virtù di una unificazione della penisola dai napoletani intimamente non voluta, ma subita?

Il “melting pot” di Napoli risale a tempi antichissimi: la sua popolazione, mai autoctona, si è mischiata nel corso dei secoli agli “invasori”e ai popoli colonizzatori, inglobandoli e, a sua volta, “colonizzandoli” spiritualmente e culturalmente, creando così una vera convivenza di culture, di animi, di spiritualità forse mai realizzata altrove. Napoli si è “offerta” ai popoli del mondo e nel contempo li ha tutti accolti e fagocitati in un abbraccio mai mortale, ma di vita e vitalità. Non ha mai respinto nessuno: la tematica è sempre del “dove c'è posto per uno, c'è posto per tanti”; “vivi e lascia vivere” perché, in fin dei conti, siamo tutti figli di dio. Non c'è un dio minore e un dio maggiore. Ha esportato culture ed ha assorbito qualsiasi cultura, qualsiasi spiritualità senza rifiutarsi mai, senza respingere nessuno.

Ed ora, nella realtà globalizzata di oggi, continua ad accogliere a modo suo il flusso migratorio dei nuovi poveri e dei nuovi emigranti: africani, popoli dell'Est Europeo, Sudamericani, Filippini, Cingalesi, Cinesi, Mediorientali e tutti gli altri ancora ; l'Est incontra l'Ovest del mondo; spiritualità buddista e religiosità cattolica si incontrano e convivono con il pragmatismo confuciano e il rigore delle regole socio/politico/religiose del mondo islamico: nessuno viene escluso, ma tutti dialogano attraverso le leggi di convivenza possibile dettate dalla città che paradossalmente impone leggi tutte sue non derivanti da quelle statali, ma locali.

Los Angeles nacque come :” El Pueblo de Nuestra Seniora des Los Angeles” da un impianto messicano e indio. Indiani americani autoctoni a cui si sovrapposero i latino-americani provenienti dal Messico: un'invasione che continua tutt'oggi in una storia infinita di migrazione. E poi una comunità bianca, esito di una colonizzazione nella colonizzazione del Nuovo Continente; meta ultima di una “corsa all'oro” a metà ‘800 che si andò ad evolvere ai primi del ‘900 in un'altra fonte di “oro”: quella della celluloide ed è qui che il sogno si fonde con la realtà, tutto diviene possibile, la realtà e la fantasia divengono facce di una stessa medaglia e parti indistinguibili e indistinte di un tutto: il tutto di questa città dove tutto è “dicibile”, tutto è raccontabile.

E poi ancora una comunità nera che sfuggiva al soffocamento degli Stati del Sud americano in cerca di una possibilità di vita e di libertà; comunità cinesi, vietnamite,coreane e giapponesi che, dopo tutte le guerre dagli anni 40 ai 70 dello scorso secolo, solidarizzarono tra loro e con tutti i “diversi” del mondo compresa la comunità gay.

In questo magnifico enorme crogiuolo tutto diventa possibile, tutto comincia e tutto si sviluppa: le lotte di Potere nero, la rivoluzione studentesca degli anni '60, le lotte dei gay; la città come rifugio delle diversità e nel contempo tempio dell'effimero, dell'illusorio, del glamour!

Tutto comincia da qui, così come tutto il bene e il male del mondo sembrano iniziare e finire a Napoli: le lotte sociali, la criminalità, la corruzione, e nello stesso tempo la cultura, la storia, la filosofia, l'arte, quella antica e anche quella contemporanea che si sovrappongono e si intersecano anch'esse in una pacifica convivenza.

Perciò due città “estreme” in tutti gli aspetti di bene e di male: l'eccesso che si fa regola, la regola che non riesce ad affermare se stessa nella sua totalità.

Ma forse per entrambe un'unica vera e solida regola: take it easy e tir'a campà.

Cynthia Penna

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CORRISPONDENZE TRA L'ITALIA E L'AMERICA

 

«Latitude 34/40» mette a confronto sette artisti italiani e cinque americani in un affascinante percorso espositivo, che sottopone il pubblico a slanci emotivi e pause di riflessione, fughe nell'immaginario e perentori richiami al reale. Artisti figurativi, informali, concettuali e minimali sono accomunati da quella che John Dewey chiamava “the common substance of the arts”, cioè la sensibilità al proprio mezzo espressivo, in cui l'artista proietta, empaticamente, i propri sentimenti e le proprie emozioni. Gli artisti, selezionati da Lydia Takeshita e Cynthia Penna Simonelli, sono: Marco Abbamondi, Arciprete, Baricchi, Borrelli, Ciannella, Gloria Pastore e Morante in rappresentanza dell'Italia; Aber, Gooding, Greenfield, Marcucci e Razili in rappresentanza degli Stati Uniti.

Marco Abbamondi impiega materiali duttili come il sughero per esprimere, attraverso linee crescenti che sembrano risuonare nello spazio, il senso di una fluidità magmatica e di una materica propensione alla tridimensionalità. I suoi rilievi aspirano ad occupare lo spazio, a conquistarlo con la solidità di una fabbrica e la sinuosità di un'edera rampicante.

Le poetiche composizioni di Caterina Arciprete sono interamente giocate su elementi simbolici che rinviano alla sfera dell'amore e della maternità: l'occhio che osserva e vigila, la piuma che si lascia cullare dal vento, frammenti di cuore che scivolano sulle superfici e si insinuano nelle fessure. Una femminile sensibilità si esplicita nella delicatezza dei colori e nella leggerezza del segno, dolce e sinuoso come il collo di un cigno.

Mirko Baricchi , memore della lezione surrealista e della psicoanalisi freudiana, ha scelto l'inconscio come suo campo di indagine e di ricerca artistica. La sua pittura associa figure ed oggetti apparentemente privi di connessioni, che navigano liberamente negli abissi della memoria. Alla figura è spesso associata una maschera, intesa non come oggetto strumentale, ma come modalità dell'essere, che assume anche una valenza noetica, di conoscenza intuitiva ed immediata dei livelli ‘celati' della realtà.

Fabio Borrelli presenta alcuni dipinti in bianconero sul tema dell'infanzia, che appare defraudata delle sue naturali aspirazioni ad opera di una politica cieca, incapace di guardare avanti e di progettare il futuro. Nei dipinti di Borrelli, infatti, le sagome ‘svuotate' dei bambini diventano icone del contemporaneo in recita solitaria, che ricercano una strada impossibile all'interno di un contesto buio, alienante, senza possibilità di fuga.

Stefano Ciannella predilige il negativo fotografico, in cui l'oggetto perde la sua materialità e si dissolve poeticamente nel vuoto, sia per la trasparenza della lastra, sia per i riflessi luminosi del vetro che la protegge. Le sue fotografie tendono a sconfinare nella metafisica, nelle nebbie dell'immaginario onirico, rinnegando quel ruolo di documentazione esatta e fedele del reale che usualmente si attribuisce al mezzo fotografico.

Daniela Morante visualizza il proprio cammino interiore in un circuito energetico, che porta con sé petali di fiori, frammenti di vita estirpati e travolti in un vortice sensuale. La stesura informale dell'acquerello comunica una sensazione di fragile precarietà, in contrasto con gli elementi fitomorfi minuziosamente delineati a china.

Gloria Pastore focalizza la sua ricerca sul tema dell'identità, sul rapporto indefinito tra l'io e l'altro, l'unità e la molteplicità, che genera una dimensione di smarrimento accentuata dall'incessante proliferare di immagini che è tipica del contemporaneo. Il corpo umano, dunque, non è più la manifestazione concreta e univoca dell'io, ma tende a diventare un'immagine vacua, inserita in un complesso gioco di rimandi e di evocazioni. La dimensione dello smarrimento, però, costituisce la condizione essenziale per progettare un inedito approdo all'essere.

Ann Gooding si muove con originalità e carattere nei territori mai del tutto esplorati dell'astrazione. La sua pittura si compone di due strati sovrapposti che interagiscono a livello semantico: lo strato inferiore è occupato dalle forme fluttuanti della memoria, fantasmi in grado di evocare persone ed esperienze vissute; invece lo strato superiore è una membrana sottile, opacizzante, che da un lato nasconde, da un altro stimola a guardare oltre, fino a scoprire profondità inaspettate.

La ricerca non solo artistica di Mark Steven Greenfield è incentrata sul recupero delle proprie radici afro-americane, attraverso una spasmodica ricerca di fotografie e testimonianze. L'artista riconosce nella teatralità e nella mimica degli afro-americani una traccia della loro cultura d'origine; al contempo, però, condanna lo stereotipo del nero come giullare, personaggio buffo, che l'America bianca ha costruito nel XIX secolo. Sintetici richiami al ‘Mammy', immagine caricaturale della donna afro-americana, sono al centro delle opere in mostra.

Carlo Marcucci , con un approccio minimalista alla scultura, realizza solidi geometrici e strutture architettoniche di legno, che poi riveste di un materiale umile e deperibile, ma estremamente duttile: gli spaghetti o udon variamente conditi. A sublimare le sculture è lo stesso colore del condimento, che conferisce loro la pura eleganza e la ruvida semplicità dei casolari italiani, o delle manka giapponesi, o delle capanne filippine.

Yoella Razili adotta un vocabolario geometrico minimale, assolutamente neutro e non rappresentativo, che si fonda sulla combinazione di rette parallele e campiture uniformi. Le possibilità di esplorazione dell'artista risiedono solo nell' ars combinatoria , che si esplicita nelle relazioni tra la superficie della tavola, i fasci di luce che l'attraversano e che si riflettono nella lucidità dei colori.

Richard Aber realizza sculture e installazioni monumentali, che possiedono, idealmente, la forza e l'energia per espandersi nello spazio, per conquistarlo come una pianta che si insinua tra le rocce e crescendo le sgretola. Significativamente, le opere di Aber sono solcate da una trama di linee che si intersecano, come le fronde di un albero o le nervature di una foglia. Queste linee, possibili direttrici di una crescita naturale, ci riportano all'opera di Marco Abbamondi, con il quale abbiamo iniziato il nostro percorso di visita.

Marco di Mauro

 

 
     
 
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